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Vino: il nuovo "oro" in bottiglia

In occasione del Vinitaly 2013 il mondo del vino affronta due importanti temi: la valenza economica della produzione enoica, che può diventare investimento finanziario (come già sta accadendo fra molte star dello spettacolo), e l`attrazione delle bottiglie più prestigiose sulle aste internazionali.

 

Di seguito vi riportiamo le due analisi approfondite

 

  • VIGNETI ITALIANI COME L’ORO: BENE RIFUGIO PER MONDO FINANZIARIO E STAR DELLO SPETTACOLO 

 

Dal Nord al Sud, ecco la nuova “capital map” del Vigneto Italia, sempre più oggetto di investimenti anche in tempo di crisi. Storicamente, a fare la parte del leone grandi gruppi finanziari ed industriali degli Stati Uniti, seguiti da Brasile e Russia, mentre aumenta l’interesse della Cina. Protagoniste del fenomeno anche star della musica come Sting e Mick Hucknall dei Simply Red. 
“Enotria”, l’Italia del vino, nonostante la crisi economica, continua ad attirare capitali, soprattutto dall’estero. I territori e le aziende del vino made in Italy si confermano realtà a cui il mondo finanziario ed imprenditoriale guarda ormai come ad un bene rifugio, paragonabile all’oro. Un fenomeno sempre più d’attualità, tra i tanti al centro del dibattito di Vinitaly, la rassegna internazionale di riferimento del settore, di scena a Verona dal 7 al 10 aprile (www.vinitaly.com).

Il vino italiano, forte del successo legato all’export, è ormai primo per il rapporto qualità/prezzo, la ricchissima articolazione delle sue tipologie e l’immagine. E l’Italia resta decisamente il contesto migliore per fare business con il vino. 
Per il professor Stefano Cordero di Montezemolo, direttore dell’European School of Economics di Milano e Firenze «queste tendenze dimostrano che il mondo del vino ha retto la crisi meglio di altri e lo ha fatto perché non è solo business, ma anche paesaggio, storia, popolo, cultura. I capitali stranieri possono essere un’opportunità per i territori se si creano disponibilità e apertura tali da contribuire alle trasformazioni richieste dalle moderne logiche della competizione in un settore che non può più vivere solo di qualità del prodotto».
Gli esempi di investimenti non mancano, sia da parte di grandi gruppi finanziari ed industriali più attenti all’aspetto produttivo, sia da chi guarda al valore aggiunto immobiliare e al patrimonio fondiario per costruire o ricostruire un’impresa vitivinicola tra le colline dei terroir più importanti. Basti pensare al passaggio, nel 2011, di due colossi come la toscana Ruffino nelle mani americane di Constellation Brands e la piemontese Gancia in quelle di Russian Standard Corporation. O a Soleya International Corporation di Panama che ha comprato Tenuta Oliveto a Montalcino, o ancora ad Alejandro Bulgheroni, imprenditore argentino del petrolio, neo proprietario di Poggio Landi a Montalcinoche ha anche acquisito la tenuta di Dievole nel Chianti Classico. 
Dalla fine degli anni ’70, quando la famiglia italo-americana Mariani fondò a Montalcino Castello Banfi, sono state tante le realtà vinicole che, soprattutto, ma non solo, in Toscana, sono state protagoniste di un “capital gain” dall’estero, in particolare dal mondo anglo-americano. E’ stato l’americano Louis Camilleri, alla guida di Altria Group Inc, la holding che controlla il gruppo Philip Morris, ad acquistare, a Montalcino, villa & tenuta “Il Giardinello”, mentre La Porta Vertine di Gaiole in Chianti, dal 2006, è degli imprenditori americani Dan ed Ellen Lugosh e la cantina Capannelle di James B. Sherwood, fondatore del gruppo Orient - Express Hotels. Ma i vigneti italiani hanno estimatori anche tra i big dello star system internazionale: in Toscana, tra il Chianti e il Valdarno, c’è Tenuta il Palagio dove, dal 2003, l’ex leader dei Police, Sting, produce vino. E un altro big della musica internazionale, Mick Hucknall, voce dei Simply Red, nel 2002 ha comprato vigneti in Sicilia dove ha creato la sua tenuta Il Cantante. Nel 2000 era stato invece Richard Parsons, ex ad della Time Warner ad acquistare la tenuta Il Palazzone a Montalcino.
Sono questi solo alcuni dei casi che raccontano l’appeal del vino italiano all’estero che oggi attira anche l’interesse delle economie emergenti. Come la Cina, che potrebbe arrivare. Se, infatti, diversi imprenditori o gruppi cinesi hanno già investito nel vino anche fuori dai confini nazionali, in Francia, ma anche negli Stati Uniti e in Australia, c’è da pensare che sia solo questione di tempo prima che il Celeste Impero pianti qualche bandierina pure nel Bel Paese. 

 

 

 

 

  • DA NEW YORK AD HONG KONG, I VINI ITALIANI OGGETTO DEL DESIDERIO NELLE GRANDI ASTE DI VINO INTERNAZIONALI 

Le etichette italiane scalano le classifiche dei vini di lusso battuti da Sotheby’s, Christies’s e Acker Merrall & Condit. Per Liv-Ex Power 100, la lista dei più influenti brand del mercato mondiale, l’Italia, nel 2012, aumenta il numero delle presenze (dai 7 marchi a 9), le posizioni nelle prime 50 e le quotazioni (+6% sul 2011). Si riduce lo “spread” enoico con la Francia, grazie alle performance dei vini toscani e piemontesi. 

Più della crisi poté la passione per i fine wine: nel 2013 tornano a crescere le quotazioni dei grandi vini italiani da collezione. Lo confermano i lotti battuti alle prime aste dell’anno, tra Londra e New York, con le etichette italiane che hanno spopolato da Sotheby’s, Christies’s e Acker Merrall & Condit. Risultati che accompagnano l’Italia del vino a Vinitaly, la rassegna internazionale di riferimento del settore, di scena a Verona dal 7 al 10 aprile (www.vinitaly.com). 
I vini tricolore scalano le classifiche: per Liv-Ex Power 100, la lista dei più influenti brand del mercato mondiale stilata da Liv-Ex, benchmark globale dei fine wine, l’Italia, nel 2012, aumenta il numero delle presenze (dai 7 marchi del 2011 ai 9 dell’anno scorso), le posizioni nelle prime 50 e anche le quotazioni, nell’ordine di un +6% sul 2011. 
In una top 100 ancora dominata dalla Francia (che occupa 9 delle prime 10 posizioni), il primo alfiere italiano è il Masseto della Tenuta Ornellaia, balzato al n. 12 (era al n. 51 nel 2011), seguito dal Sassicaia della Tenuta San Guido al n. 14 (al n. 27 nel 2011) e ancora dal Bolgheri Superiore Ornellaia al n. 20 (n. 35 nel 2011). A seguire due new entry, Giacomo Conterno, al n. 46, e Tua Rita, al n. 52. 
Subito dietro due top brand della griffe Antinori, il Tignanello al n. 53, e il Solaia al n. 66. A chiudere la classifica degli italiani due firme piemontesi, Roberto Voerzio, altra novità, al n. 69, e Gaja, al n. 72. 
Una performance che, nel mercato dei vini di lusso, parla toscano (soprattutto il “dialetto” dei Supertuscan) e piemontese, e che vede crescere l’interesse dei collezionisti di grandi vini e degli investitori, in particolare orientali. 
Si riduce sempre più, quindi, lo “spread” enoico fra Italia e Francia, con il top dei Supertuscan sugli scudi, addirittura migliore dei Premier Cru di Bordeaux in termini di redditività, come rileva un’analisi ad hoc del Liv-Ex Supetuscan 50, introdotto per la prima volta nel market report del luglio 2012. 
A costituire lo zoccolo duro delle eccellenze italiane che crescono nelle quotazioni sono Masseto e Ornellaia della Tenuta dell’Ornellaia, il Sassicaia della Tenuta San Guido, Tignanello e Solaia di Marchesi Antinori: le annate dal 1999 al 2008 hanno superato il Liv-Ex Fine Wine 50 (che misura le performance dei 5 Premier Cru di Bordeaux: Lafite, Haut-Brion, Latour, Margaux e Mouton Rothschild), totalizzando un ritorno di investimento, nell’arco degli ultimi 5 anni, del 76%, sul 26% di quello dei vini francesi. A suonare la carica soprattutto Ornellaia e Masseto della Tenuta dell’Ornellaia, che hanno fatto registrare un aumento del loro prezzo rispettivamente del 17% e del 13%. Tendenza in crescita nelle vendite all’asta per i vini “ex cantina”, vale a dire quelli provenienti dalle riserve aziendali, dove ancora una volta è la Tenuta dell’Ornellaia a spuntare le migliori quotazioni. 

 

 

Fonte VINITALY


27/03/2013

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