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Campari tra vino italiano e whisky canadese

Il gruppo tra i primi al mondo negli spirits, ha scalato la classifica Mediobanca della produzione italiana di vino. Una importante acquisizione in Canada nel whisky, troppo cara secondo gli analisti. Ha fatto notizia sotto Pasqua per l’acquisizione del 100% dei Fratelli Averna Spa. Ma il vero record, per la Campari, oggi è essere riuscita a scalare la classifica Mediobanca dei fatturati del vino italiano. Terza, subito dopo Cantine Riunite-GIV e Caviro, ha superato un brand storico come la maison toscana Antinori, ora al quarto posto.

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Un recordo per il mercato ancora frammentato del nostro paese, dove lo shopping è difficile e sono pochi i produttori pronti a cedere le loro vigne e i loro marchi. Piano piano ha messo insieme anche un portafoglio vinicolo: dalla storica Cinzano, brand di bollicine di mass market, a Sella & Mosca, storico produttore sardo, ai Teruzzi & Puthod in quel di San Gimignano, Toscana: e poi Enrico Serafino, 600 metri quadri di vigneti nel cuore del Roero, Piemonte; fino alla  Lamargue, Aoc della Costière de Nimes. Il portafoglio si è arricchito inoltre di vini fortificati, tanto di moda nell’America latina: Red Label, vino fortificato giamaicano, Magnum tonic, un tonico fortificato che si produce ai Caraibi. Infine, una nicchia scoperta in Brasile: Liebfraumilch, un vino bianco da tavola fresco e beverino, che non supera gli 11 gradi.

 

Una case history del Made in Italy, quella della Campari. Fino a una quindicina di anni fa aveva un solo marchio, il Campari. Via via ha collezionato brand che spaziano dai soft drink, come il Biancosarti e il Crodino, alla Tequila messicana, dall`Ouzo greco ai whisky inglesi Gregson, ai due marchi di brandy Dreher e Drury`s, al top delle vendite in Brasile. Marchi storici italiani, come Cinzano e Cynar, e big stranieri, come Glen Grant, con cui ha messo piede in un segmento chiave del mercato, quello dei single malt whisky. Un gigante italiano ancora controllato da una famiglia, i Garavoglia, eredi dei Campari, e capace di competere a livello globale su un mercato non certo facile, quello degli spirit&wine. Ha fatto e continua a fare shopping all`estero, ed è diventato dei principali gruppi mondiali.

 

La leva del gruppo, guidato da Robert Kunze-Concewitz, è la capacità di costruire un network integrato che va a coprire settori e aree geografiche differenti, secondo una strategia di crescita che non può prescindere dalle acquisizioni in un mercato soggeto a forti spinte di consolidamento. Ma comprare, spesso, indebolisce le finanze dei gruppi. E questo, soprattutto in una fase di mercato in pieno riassestamento di gusti e trend di consumi può rendere più vulnerabile l`azienda e il titolo. Dal punto di vista finanziario si segnala una caduta dell’utile netto a fronte di fatturati in aumento. Questo, dicono gli analisti, è dovuto all’aumento dei prezzi. Aumenta il dividendo per gli azionisti, caso raro nel settore del beverage, dove pochi gruppi riescono a garantire dividendi. Ma diminuisce il guadagno per azione. che comunque resta più alto rispetto ai competitor. Il gruppo, inoltre, ha quasi completamente azzerato il cash flow, tra operazioni di investimento, e investimenti sullo stesso cash flow. In definitiva, è "hold", tieni le azioni, comunque la raccomandazione che trova i maggiori consensi tra gli analisti. Ma alcuni analisti hanno innalzato il livello di guardia, evidenziando alcune potenziali criticità in caso di congiunture negative, per esempio una riduzione del consumo di spirits.

 

L’assorbimento di mezzi finanziari è inevitabile quando in un mercato a forte concentrazione, si intende continuare a fare shopping. A marzo è un po’ passata in sordina un`acquisizione all’estero, Forty Creek Distillery, la più grande distilleria indipendente del Canada, comprata per 185,6 milioni di dollari. Un’operazione ben vista dagli analisti. È la prima in Canada per il gruppo, una postazione chiave per penetrare nel mercato Usa, dove whisky e bourbon hanno superato i consumi di vodka. «Ci sono molti appassionati consumatori di whisky canadese negli Usa - ha dichiarato il ceo Robe-Kunze Concewitz a Bloomberg. - Il whisky canadese, infatti, è percepito come un prodotto premium, di grande qualità, secondo Kenneth Shea, analista di Bloomberg. Ma Ubs ha subito lanciato il warning: "ha pagato troppo"». È il prezzo della competizione.

 

 

Fonte la Repubblica.it


07/05/2014

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