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Quota 100

SOS-alle-6.jpgIl mercato dei consumi extradomestici è in continua crescita, un trend bello e spedito destinato nel giro di qualche anno a sfondare quota 100. Dove “quota 100” non ha nulla a che vedere con la tanto strombazzata riforma pensionistica che, secondo i nostri attuali governanti, risolverà i problemi di tanti italiani. Mah… qualche dubbio in merito è più che lecito.

 

Ma parliamo, in soldoni, di 100 miliardi di euro di incassi annui che tintinneranno nelle casse degli operatori del mercato italiano dei consumi fuoricasa. Un crescita netta e irresistibile se si considera che già il 2018 s’è chiuso con un più che soddisfacente giro d’affari di 85 mld di euro.  Le rosee previsioni emergono da uno studio di Tradelab, primaria società italiana di analisi di mercato, la quale afferma, appunto, che da qui al 2030 è prevista una crescita potenziale per il fuori casa italiano di 26 miliardi di euro, il 30% in più rispetto al mercato attuale. Nello studio della società milanese si evidenzia anche che il 40% della spesa food e beverage delle famiglie italiane sarà consumata fuori  dalle mura domestiche. Per tradurla in spiccioli, quattro euro su dieci saranno a beneficio della filiera Ho.Re.Ca., e alla fine il fantastico totalone segnerà 100 miliardi, anzi anche di più.

 

Insomma, un fiume di denaro che fa brillare gli occhi e scatena inevitabili brame di conquista. Non per nulla i big della Grande Distribuzione Organizzata, anche per sopperire il calo del fatturato nel canale at home, si stanno fiondando come orsetti sul miele sul mercato out of home puntando ad occupare gli più spazi più redditizi e prendersi la migliore fetta del business. La potenziale crescita scatenerà inevitabilmente una lotta sarà senza quartiere, dove per usare un eufemismo, non si faranno prigionieri, e se da un alto aumenterà la spesa e quindi gli incassi, dall’altro diminuiranno i punti di consumo. Si stima che nei prossimi dieci anni i locali indipendenti caleranno almeno di 30mila unità. Si rafforzeranno invece, e andranno sempre meglio, nuovi e più evoluti format, come ad esempio le piccole o grandi catene di ristorazione, i punti di consumo all’interno delle grandi superfici commerciali e i locali monomarca, questi format sono destinati a triplicare i loro fatturati.

 

REVOLUTION

Una vera e propria rivoluzione che inevitabilmente coinvolgerà anche gli operatori della distribuzione e quindi, anche sul mercato intermedio, la lotta sarà senza quartiere e senza esclusione di colpi.  Una battaglia sanguinosa che coinvolgerà anche e soprattutto i distributori di bevande indipendenti. Oggi la categoria conta circa 1800 aziende (non è un dato certissimo visto che alcune società di analisi ne stimano 2000, altre ne contano 1600, e allora per mettere d’accordo tutti, facciamo 1800?) Alcuni esperti ipotizzano, nei prossimi dieci anni, la scomparsa di almeno 300 aziende di distribuzione, i più pessimisti ne stimano addirittura 500, una stima che si rifà a una certezza, ovvero che  il numero dei distributori, a partire dal 1970 ad oggi, si è dimezzato ogni 15 anni. Quale che sia il futuro, si tratta comunque di una débacle clamorosa. Una beffa atroce quella uscire dal campo quando il bello sta arrivando e dove a giocare e a godere saranno per lo più i distributori della GDO, Cash & Carry nelle mani di multinazionali, e aziende di distribuzione integrate o, meglio, partecipate dall’industria.

 

Ma perché questa déblacle? Uno dei punti critici riguarda le dimensioni delle aziende di distributori indipendenti e con essa la capacità di fronteggiare una competizione che non darà né tregua e né scampo e, soprattutto, come abbiamo detto e ripetiamo per stimolare la dovuta ansia, non farà prigionieri. Se il fatturato complessivo dei 1800 distributori di bevande indipendenti sviluppa circa 5 mld di euro/annui, sono davvero poche le aziende che fatturano oltre i 20 milioni, solo una quarantina quelle che si attestano fra i 10 e 15; stando al campione estrapolato da DB4U Cerved, il 22% dei distributori indipendenti (circa 400 aziende) governa il 63% delle vendite. Sono aziende strutturate che presidiano in modo trasversale tutti i sotto canali, disponendo di una proposta assortimentale ampia, di figure con competenze specifiche dedicate allo sviluppo delle diverse categorie e sono in grado di erogare servizi evoluti e a valore aggiunto.

 

Dopo questi - chiamiamoli Big - la nebulosa dei distributori di bevande indipendenti si polverizza: a conti inversi rispetto al DB4U Cerved, il 78% dei distributori indipendenti porta a casa il 37% del fatturato della categoria, il che significa una media di 1,3 milioni di euro. Parliamo di circa 1400 aziende di cui moltissime non raggiunguno neanche il milione di fatturato, insomma quasi il giro d’affari di una enoteca o negozio alimentari di prossimità da paese. Ora, è anche vero che i fatturati pesano in funzione delle ponderate di mercato e quindi bisogna entrare nei diversi contesti territoriali, ma è anche vero che la prevista crescita dell’Ho.Re.Ca., ad appannaggio solo dei format più moderni ed evoluti, sarà inevitabilmente preclusa ad una certa categoria di distributori.

 

SOLUTION

E allora come sopravvivere in una competizione dove occorrono sempre più risorse, strutture, assortimenti specialistici, competenze, strategie, capacità di analisi, innovazioni tecnologiche e soprattutto rapidità di azione?  Come e in che modo gli stessi consorzi che raggruppano, tutti insieme, oltre il 50% della categoria dovranno-potranno agire per arginare l’inevitabile moria alla quale è destinata la categoria dei grossisti?


Favorire le aggregazioni fra distributori, creare sinergie, fare rete, sviluppare piattaforme tecnologiche sfruttando al massimo i più evoluti ritrovati della tecnologia? Apriamo parentesi: il tanto atteso 5G è ormai realtà, una realtà densa di opportunità che sarebbe un suicidio non prendere in considerazione, adducendo alle solite considerazioni: “tanto è uguale, siamo a posto, possiamo lavorare con il blocchetto di carta” Chiusa parentesi. Sono queste le cose da fare? Certo che sì, e anche alla svelta. Ma non è semplice, né facile, non tanto per una questione di risorse, ma quanto di testa e di intenti.

 

Se da una lato il caro vecchio grossista deve fare un rapido e risoluto cambio di passo sganciandosi da una storia nella quale è prigioniero, dove si trastulla pensando che il ricco passato sia garanzia di buon futuro, anche il consorzio che lo rappresenta deve puntare una nuova e più evoluta dimensione. Si tratta in altri termini di ripensare le logiche di sviluppo di un settore, la distribuzione, il cui senso economico è basato sul reddito e non sulla rendita. Ma in un contesto destrutturato e apolide, ricostruire l’effervescenza del sale alchemico imprenditoriale significa spingersi verso una valorizzazione della connettività. Connettività intesa non solo come ampliamento delle infrastrutture tecnologiche finalizzate ad una revisione delle logiche imprenditoriali, ma anche come motore per attivare processi ad alta inferenza reciproca, in luogo di uno sviluppo perseguito quasi esclusivamente lungo linee meridiane.

Per chi non lo farà l’alternativa sarà quota 100. Ma non la quota 100 del fatturato Ho.Re.Ca., di cui dicevamo all’inizio, ma la più famosa e chiacchierata Quota 100 pensionistica.

 

 

S.I.C.


10/05/2019

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